I miei direttori e l'interpretazione della loro volontà

Mi chiedo: cosa fare adesso? Se non sono soggetto a pressioni, e sono perciò libero di scegliere, decido di fare ciò che mi fa star meglio o allevia un mio disagio. E' come se dentro di me ci fossero una serie di giudici/padroni che esigono da me un certo comportamento e mi premiano (col piacere) quando li soddisfo e mi puniscono (col dolore) quando non li accontento. Il problema è che questi agenti, che io chiamo "i miei direttori" non mi dicono chiaramente cosa esigono da me, e io devo continuamente cercare di interpretarli o intuirli.

Ci sono momenti in cui le volontà dei miei direttori mi sono più chiare, altri in cui lo sono di meno o non lo sono affatto. In quest'ultimo caso mi conviene non fare nulla e restare in ascolto di segnali chiarificatori. Inoltre, sono sicuro che in certi momenti i miei direttori esigono che io mi riposi e non faccia nulla di particolare.

Succede spesso, inoltre, che le volontà dei miei direttori siano tra loro conflittuali. In quel caso il mio io cosciente, sede del mio libero arbitrio (ammesso che sia davvero libero) deve assumere il ruolo di "direttore generale" e stabilire quale dei miei direttori (che chiamo a questo punto "direttori dipartimentali") deve prevalere. Ancor meglio, il direttore generale deve cercare di trovare compromessi in modo da soddisfare, prima o poi, ognuno di essi, sapendo che, se uno non viene mai soddisfatto, prima o poi si dimetterà causando danni fisici e psicosomatici al mio organismo.

Vedi anche Manuale di autogoverno.

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Da Il mondo visto da me (2016-10-02)

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