Sulla valutazione delle differenze umane

La valutazione delle differenze umane è un tema, spinoso, pericoloso, praticamente tabù. Tuttavia è una faccenda estremamente importante da molti punti di vista: psicologico, psicopatologico, psicosociologico, antropologico, politico, giuridico, etico, morale ecc.. Per questo ho deciso di indagarla.

Cominciamo col termine “valutare”. Dato che stiamo parlando di differenze umane, per valutare intendiamo l’attribuire un valore ad un individuo in un certo ambito, in modo comparato rispetto al valore attribuito ad un altro (o al valore medio attribuito ad un insieme di altri), dando per scontato che non tutti gli individui hanno identico valore nell’ambito considerato, altrimenti la valutazione non avrebbe alcun senso né utilità. In generale, “valutare” è sinonimo di “giudicare”, anche se il secondo termine è più usato nelle valutazioni di tipo morale, per cui si può dire che giudicare equivale a valutare moralmente.

Così come due esseri umani, messi l’uno di fronte all’altro, non possono non comunicare (anche il silenzio è un messaggio), analogamente essi non possono fare a meno di valutarsi reciprocamente e di autovalutarsi. Le valutazioni sono normalmente più inconsce che consce. Possiamo riferirci alla valutazione inconscia col termine di “percezione”.

Cerchiamo ora di identificare i possibili ambiti delle valutazioni. E’ difficile perché non esistono ambiti “standard” comunemente riconosciuti e accettati.

Gli ambiti più importanti che vengono considerati nella valutazione di un essere umano sono, secondo me, i seguenti:
E’ facile valutare, anche senza misurarla con uno strumento, la statura fisica di un individuo e dire, ad esempio, che A è più alto di B. Ma se parliamo di differenze in ambito intellettuale, morale, psicologico, psicosociologico ecc. le cose si complicano e diventano pericolose al punto tale che la maggior parte della gente preferisce astenersi dal valutare, tranne in casi eclatanti o di particolare coinvolgimento, come quando ci si ritiene vittime di ingiustizie.

La valutazione di un individuo (in un certo ambito) da parte di un altro comporta una serie di problematiche come le seguenti
Da un punto di vista dinamico, si possono ipotizzare due orientamenti opposti:
Il bisogno di compensare una valutazione ricevuta, o autovalutazione, ritenuta scarsa rispetto alle proprie ambizioni, può interessare sia l’ambito in cui viene determinata la scarsità di valore, sia, nel caso in cui si ritiene impossibile un miglioramento in tale ambito, altri ambiti in cui il miglioramento è relativamente più facile. Per esempio, se io ritengo di non poter aumentare il mio valore nelle discipline sportive perché il mio fisico non me lo consente, potrei dedicarmi alla coltivazione di discipline intellettuali, dove sono più dotato, e lì potrei eccellere sempre di più anche se già mi trovo ad un livello abbastanza alto. Questo fenomeno può spiegare l’accanimento di certe persone nel coltivare certe discipline o a perseguire “missioni” di utilità sociale; in altre parole queste persone spesso si comportano così non per un genuino bisogno di superare se stessi, ma per compensare sentimenti di inferiorità incolmabili in altri ambiti, ed essere, in fin dei conti, più competitivi in senso lato.

Esprimere valutazioni su aspetti “umani” di persone o categorie di persone, o autovalutazioni, è sempre pericoloso perché chi ascolta le valutazioni non può fare a meno di chiedersi quale sia il proprio valore nell’ambito considerato, anche se la valutazione non lo riguarda direttamente. Intendo dire che, direttamente o indirettamente, ognuno si sente coinvolto nella valutazione di qualsiasi altro essere umano. In altre parole, se A valuta B in un certo modo (positivo o negativo), C non può fare a meno di chiedersi quanto sia simile a B, e se riscontra qualche somiglianza, proietterà su se stesso la valutazione che A ha fatto di B, e reagirà come se A avesse valutato C invece di B. Per questo motivo, volendo essere “politicamente corretti” non si dovrebbe mai giudicare nessuno, né positivamente né negativamente. Infatti anche un giudizio positivo di A verso B potrebbe essere “preso male” da C se questo si sente carente, rispetto a B nell’ambito della valutazione.

Ma essere “politcamente corretti”, se può essere utile per evitare di offendere qualcuno, non aiuta la società a progredire, anzi, rischia di impoverirla moralmente. Perché la moralità di una società dipende moltissimo dai giudizi morali di cui i suoi membri sono oggetto e/o soggetto, e, in assenza di giudizi morali, verrebbe a mancare una fondamentale motivazione a comportarsi eticamente.

Parlando di autovalutazioni, non possiamo fare a meno di ricordare che la mente umana è “normalmente” vittima di autoinganni e illusioni, a causa del meccanismo incoscio che cerca di allontanare dalla coscienza tutto ciò che può essere doloroso o sgradevole per il soggetto, come ad esempio una autovalutazione negativa, soprattuto in ambito morale. Questo fa sì che normalmente le persone si sopravvalutino, cosa più evidente nelle personalità narcisistiche.

D’altra parte certe religioni (tra cui il cristianesimo) tendono a inculcare nei loro adepti un autodisprezzo (come nel caso del mito del peccato originale) e questo può portare a sottovalutazioni ingiustificate quanto dannose, che colpiscono soprattutto le persone più sensibili e ingenue.

Per concludere, io credo che i rapporti umani migliorerebbero se la valutazione delle differenze umane venisse affrontata in modo aperto, razionale e demistificato, superando la sindrome del “politicamente corretto” e fosse oggetto di metacomunicazione e ricerche scientifiche psicosociologiche.

Categorie: Differenze umane | Competizione | Arroganza | Empatia
Da Il mondo visto da me (2014-11-21)

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